**Alberto Aquilani & Daniele De Rossi** FORUM

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RASSEGNA STAMPA
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Vogliamo tornare in Champions

Falla vedere quella giugulare, Daniele, falla vedere al mondo. Nella notte della Roma ritrovata, in una notte romana che piromana non si pu, due gol il capitano, assist di Totti per la tua capocciata che mette dentro la terza rete, quella della serenitritrovata, urla, Daniele, urla per la tua Roma. Non poteva esserci risposta migliore per una squadra scomparsa, umiliata, chiacchierata, preoccupata, che questa vittoria che va al di lanche del risultato finale, un primo tempo che c’era da stropicciarsi gli occhi, corsa, cattiveria agonistica, la sensazione di un gruppo che voleva gridare al mondo che si era sbagliato, che l’avventura non era finita, che si poteva continuare almeno ad alimentare un sogno. E non potevano esserci interpreti migliori dei romani de’ Roma, il capitano di oggi, quello di domani, questo ragazzo nato adulto che alla fine della partita, insieme a suo fratello Totti,andato sotto la Sud per lanciare la maglia, quella che amano prima di qualsiasi altra cosa.
Goditela, Daniele, goditela e raccontaci questa notte romana, Claudio Ranieri aveva chiesto undici gladiatori, accontentato:
Stavolta sivista la Roma vera, questo quello che ci interessa perchla cosa piimportante, al di ldi qualsiasi altra definizione. Abbiamo disputato un primo tempo davvero bello contro una grande squadra come la Fiorentina, abbiamo lottato, corso, creato tante occasioni, realizzato tre gol, dimostrando che in questo gruppo ci sono ancora valori di assoluta qualit. Questa la vittoria del gruppo e il mio primo pensiero va a tutti i miei compagni, a cominciare da quelli che si sono allenati un’ora anche stamattina (domenica mattina ndr) e poi sono andati in tribuna. Si perde, si soffre, si vince tutti insieme. Questala vittoria di tutti .
Difficile che sbagli qualcosa quando parla questo ragazzo. Ha giocato, mettendoci gambe, cuore, testa, cervello, anima, come fa sempre, anche in quelle partite in cui non riesce a essere quello che, semplicemente uno dei centrocampisti piforti e completi del mondo. Per capire fino in fondo chi, avreste dovuto vederlo durante il riscaldamento, tra i fischi di un pubblico (almeno quello presente) che fischiava e spernacchiava, lui era lad applaudire, incitare, urlare ai compagni, la partita per il biondo era gicominciata, confessiamo che quando lo abbiamo visto in quei minuti, abbiamo capito in anticipo che la Roma sarebbe ricomparsa improvvisamente per quello che, una squadra in grado di giocare un calcio importante e di giocarsela con tutti o quasi. Ogni vittoria puessere quella della svolta, ma noi non dobbiamo pensarci, dobbiamo continuare a giocare cos. Ora non siamo lontanissimi da nessuno, la nostra dimensionequella di puntare con ambizione al quarto posto, consapevoli che se giochiamo come abbiamo fatto nel primo tempo contro la Fiorentina, per nessuno facile batterci. Avevamo bisogno di ritrovare ferocia e organizzazione di gioco. Quell’organizzazione che negli ultimi tempi ci mancava, andavamo tutti avanti, cercando di fare i belli e di segnare, invece contro i violastata tutta un’altra storia perchsiamo riusciti a giocare con organizzazione. Ci tenevamo tantissimo a dare una risposta importante, prima della partita tra di noi c’era tanta tensione, abbiamo risposto nel modo migliore .


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Belloooooooooooo

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DANIELE, MI FIDO DELLA TUA GIUGULARE

Brutta roba a Catania. A distanza di giorni, malgrado la presentazione di un progetto stadio e l’incipiente sfida di Europa League, resta questa la notizia che tiene banco. Brutto tutto. Brutto il loro gol, brutto il nostro pareggio, brutti (e bruti) gli spalti, brutto (e bruto) il bordocampo. Accade che la realtà possa ammannire cose schiettamente brutte, molto brutte: Catania-Roma è stata una fra queste. Mentre la pativo con ansia da tifoso e con disdegno da esteta mi sentivo montare dentro una gran voglia di spararmi, a sera, una partita del Barcellona per restaurare la convinzione che il calcio sia tutt’altra cosa. Ma siccome nella vita niente è mai radicale sino in fondo, anche a questo eccesso di bruttezza è stato imposto un limite, non nei novanta minuti ma in una delle interviste dopo, in quella a De Rossi, dalla cui lucida angoscia ogni banalità era esclusa. Daniele ha parlato di ibrido calcistico, di un senso di crisi conseguente a un trapasso da un sistema di gioco a un altro ancora in fieri e ha chiamato a correi tutti, giocatori e settore tecnico, nessuno escluso, mettendo se stesso in cima alla lista dei responsabili poiché si è riconosciuto da sé il ruolo di leader (il che non è presunzione, è coraggio). Intervista bellissima a compenso e a commento di una partita bruttissima. Qualcosa di vero, di sostanzioso. Qualcosa che alla fin fine vale quanto un grande gesto agonistico. Di certo, più del suo gol. C’è da fidarsi di gente così, di un capitano in pectore che parla col sovrano abbandono di chi sa di doverlo fare poiché gli è toccato in sorte di essere uno di noi. L’amore che ho per Totti non mi permette paragoni in questo senso, semmai solo un’analisi delle differenze e delle affinità tra i due campioni (due, non tre!) romani e romanisti che ancora vestono la nostra maglia. Il Capitano è fuoriclasse a tal punto che l’immedesimazione nei suoi gesti da parte di chi lo sta a guardare ha il sapore di un transfert onirico folle, della serie: meglio lasciar perdere. Vorremmo essere lui alla stregua di quanto ci piacerebbe, se musicisti, essere Mozart, o, se corridori, Bolt. Certo è che, nel suo caso, la distanza tra chi sogna e l’oggetto del sogno è tale da non far mai dimenticare l’abnormità del confronto. Per celebrare Totti è inevitabile riappellarsi alla più stantia delle citazioni: quella dei numeri “che fanno paura”. Difficile fare a meno di archivi e di statistiche. Totti è la storicizzazione tangibile di uno splendido fenomeno sportivo ancora in atto. Di lui siamo orgogliosi come si può esserlo di un amico, di un fratello, di un figlio, di un padre per cui, emozionati, pensiamo: non è me, ma la sua vita riguarda in gran parte me. De Rossi, invece, non è ancora gravato dall’oggettiva opulenza delle cifre (e per quanto riguarda i gol non credo lo sarà mai). Nonostante sia campione del mondo e la serie A la frequenti da anni, ciò che ha fatto non lo prevarica. De Rossi è qui e adesso. De Rossi è tutto presente. Anche il futuro gli è distante (malgrado la geniale intuizione di Cagnucci nel battezzarlo Capitan Futuro). La sua giugulare enfia e pulsante è una realtà dell’attimo in cui essa appare. Tutto, in De Rossi, avviene a caldo. Come le sue interviste, a cominciare da quella rilasciata dopo un altro Catania-Roma finito uno a uno, con Totti che rasentandolo gli sussurrò: “Daje giù!”, e lui lo fece come se a parlare fosse un tifoso a cui avessero schiaffato un microfono sotto il naso perché ci versasse dentro tutto il malumore maturato in mesi di Rizzoli, di Gervasoni e di neutra compiacenza roselliana dinanzi all’iniquità di uno scudetto che ci veniva sfilato dalle mani di partita in partita. E a questo punto il discorso sul presente si infiamma al pari di un’urticazione. Penso ad Aquilani, alle promesse fatte, agli allarmi del Romanista e agli anatemi che ne sono venuti. Vedo quel che accade e presumo (con una facilità che non pretende talento) ciò che potrà avvenire. Ho la netta sensazione che nel Dna amministrativo di questa proprietà vi sia la cessione di De Rossi. Nessuna soffiata, nessuna indiscrezione giornalistica. Visione delle cose. A dirlo, con ferrea logica, è la filosofia dell’autofinanziamento. Solo un piazzamento nei primi tre posti potrebbe scongiurare la disdetta. Allora, a dirla tutta, l’ardua impresa di arrivare terzi, quando mai dovesse realizzarsi, mi farebbe esultare più per questo pericolo scampato che per la possibilità di riascoltare la musichetta della Champion’s.


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Sono assolutamente d'accordo, anch'io da questa società mi aspetto di tutto. Anche che venda De Rossi :(

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L'ALTRO CAPITAN FUTURO

C'è un vecchio detto all’interno della nostra “corporazione” che affonda le proprie radici ormai nella leggenda: ”Fare il giornalista è sempre meglio che lavorare”. Lo tirano in ballo i detrattori per significare che il nostro è il mestiere dei buoni a nulla; lo citano a volte illustri e colti colleghi come vezzo per sottolineare il prodotto della loro “disoccupazione”; ci pensiamo un po’ tutti, infine, quando quotidianamente lo esercitiamo e pensiamo che sia comunque il mestiere più bello del mondo. Ebbene questa riflessione l’ho associata alla conferenza stampa di mercoledì scorso a Coverciano che ha avuto per protagonista Daniele De Rossi. Ma che c’entra De Rossi - direte voi - con "i principi ispiratori" della nostra professione? C’entra, cari amici lettori, c’entra eccome! C’entra perché se Daniele non avesse intrapreso la carriera del calciatore sarebbe stato un concorrente molto autorevole soprattutto per noi giornalisti sportivi con un pregio in più (o un difetto se preferite): dice sempre quello che pensa e pensa, purtroppo per noi, sempre giusto. Il modo con cui ha affrontato e risposto a domande scomode come quelle su Cassano e Totti ne fanno un comunicatore nato. Riesce a dare sempre risposte esaurienti senza offendere nessuno; difende le scelte di Marcello Lippi senza dimenticare i meriti di chi quelle scelte le ha subite; auspica il ritorno in azzurro di Totti senza dimenticare Nesta; plaude l’arrivo e l’impegno del suo nuovo tecnico di club (Ranieri) esaltando contestualmente il lavoro del suo predecessore (Spalletti) al quale augura grandi successi; ha una parola buona perfino per Donadoni che pure ne mise in dubbio l’intangibilità in maglia azzurra; non rinnega quanto detto prima di Roma-Napoli a proposito di una squadra”né carne né pesce” affermando che al momento la differenza sono tre punti in più. Altro che “Capitan Futuro”! Daniele De Rossi è Capitano geneticamente, è un leader naturale e, quello che più conta per noi, è uno dei più forti centrocampisti del mondo che gioca nella squadra per cui tifa da sempre: la Roma. E allora godiamocelo il nostro Daniele che grazie a lui ci terrà domani incollati davanti al televisore per tifare Italia con un elemento di soddisfazione in più per noi giornalisti sportivi romani ma anche con un sospiro di sollievo e un sentimento di gratitudine: grazie Daniele per non aver scelto il nostro mestiere!


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Articolo sacrosanto!!! ^_^

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Troppo forte l'articolo. E anche troppo vero.

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De Rossi, l'inarrestabile
De Rossi non si ferma mai. In questo inizio di stagione ha saltato una sola partita, quella della Nazionale a settembre contro la Georgia. Era squalificato e raggiunse i compagni direttamente per la gara successiva contro la Bulgaria. Mercoledì a Parma riposerà come gli altri titolari, ora che la qualificazione è stata ottenuta. Per essere pronto ad affrontare il prossimo tour de force in giallorosso. Il centrocampista a ventisei anni è uno leader di questa Nazionale, come lo è nella Roma. A Dublino ha festeggiato la presenza numero cinquanta. Solo cinque giocatori hanno più partite di lui in questo gruppo. Come nella Roma, è destinato a diventare il capitano. Dopo Totti, è il giocatore nella storia della Roma con il maggior numero di presenze in azzurro, ha scavalcato Bruno Conti e Peppe Giannini, fermi a quota 47.

Domenica con la Roma sfiderà il Milan a San Siro, se la vedrà con il suo amico Pirlo, uno degli azzurri con i quali lega di più, alla faccia della presunta incompatibilità. A Milano con Spalletti la Roma è spesso stata protagonista negli ultimi anni, sia contro il Milan che contro l’Inter. Nell’estate del 2007 fu proprio De Rossi a segnare il gol della vittoria in Supercoppa contro i nerazzurri. Quella Roma non c’è più, ma quella di oggi prova a ripartire. E De Rossi, insieme con Totti, è una delle certezze. Se il capitano non dovesse farcela a recuperare, la fascia spetterebbe a lui, come sempre. Finora il centrocampista è l’unico giallorosso ad aver giocato tutte le partite, tredici, tra campionato ed Europa League, senza essere mai stato sostituito.

De Rossi nella Roma ci crede. Anche se negli ultimi tempi sono cambiate tante cose. E nelle difficoltà il suo peso specifico è aumentato. E’ lui ormai un punto di riferimento indiscusso per i tifosi, ma anche per la società. Sa che c’è ancora molto da lavorare per far tornare la sua squadra protagonista. De Rossi non si è mai tirato indietro, neppure adesso proverà a farlo. Contro il Catania ha salvato la squadra di Ranieri, prima aveva segnato altri due gol. Uno inutile, contro la Juve, un altro fantastico, contro la Fiorentina, nella più bella vittoria del nuovo corso. Sabato a Dublino ha raggiunto un traguardo, quello della qualificazione mondiale. In Sudafrica sarà il suo secondo campionato del Mondo. Ma in questa stagione ne ha un altro, importante: riportare la Roma in Champions League. Ha dato la sua disponibilità a Ranieri, anche se non ha mai nascosto di aver avuto e mantenuto un rapporto speciale con Spalletti. Sa che per riportare la Rona in alto la trasferta di Milano è fondamentale.

Intanto il centrocampista della Nazionale pensa anche all’attività extra-calcio. A fine ottobre aprirà un ristorante nella zona di Ponte Milvio, una delle più alla moda tra i giovani. Un locale di tendenza, aperto tre giorni a settimana.

Un pilastro di nome Daniele De Rossi
Altalenante, seppur decisivo più dello scorso anno. Potremmo riassumere così la prima parte di stagione di Daniele De Rossi, a cui va riconosciuto, oltre a quello che i numeri riescono da soli a sviscerare, il fatto di essere riuscito, ancora di più, a farsi portavoce dei compagni, sul terreno di gioco e davanti ai microfoni.
Capitan Futuro sta mostrando nel modo migliore quello che gli viene richiesto dal ruolo attribuitogli dai dati di fatto: il prossimo capitano dei giallorossi è un leader capace di evidenziare, all’occorrenza, ciascuna delle caratteristiche proprie dei trascinatori. La scuola su cui ha potuto contare ha nome e cognome: Francesco Totti
Il che è tutto dire. Richiama, imposta, interviene nelle fasi cruciali della gara con efficace visione di gioco, sa parlare al direttore di gara e agli avversari con l’identica sicurezza con cui si rapporta ai compagni di squadra.
Altalenante in queste prime sette tornate di calendario per via del fatto che la prestazione personale di De Rossi non si è conservata su standard elevati in ogni circostanza (non sufficiente, ad esempio, nella gara di esordio, al Marassi contro il Genoa), decisivo sempre di più per il carisma che riesce ad avere nel corso dei 90′ e per aver imparato a pungolare se stesso e l’intera rosa capitolina con frasi che non cadono mai inascoltate.
“Nè carne nè pesce”, aveva detto della Roma dopo gli scialbi pareggi siciliani: espressione a tal punto incisiva che lo stesso Claudio Ranieri, non trovando espressione migliore, ha ripreso le parole del centrocampista per sottoscriverle tutte. Come Nicolas Burdisso, anche De Rossi è tra gli stakanovisti di questa prima parte: sette gare in campionato, tutte da titolare e nessuna sostituzione (630′ nelle gambe, di più non poteva).
Ancora: le prove migliori, il mancino, le ha spese contro la Juventus (alla seconda di campionato, un gol all’attivo, media voto 7) e contro la Fiorentina (quarta di campionato, seconda della gestione Ranieri, un gol e un’ammonizione all’attivo e media voto 7,25). Insufficiente nel match toscano contro il Siena (con ammonizione) e quasi sufficiente (media voto di 5,75) contro il Palermo.
Sufficienza piena contro Catania (un gol) e Napoli. Già tre reti in cassaforte: lo scorso anno furono 4 in tutto; tre i gialli, 12 quelli della stagione 2008/09 in cui gli vennero sbattuti sul muso anche due cartellini rossi; in linea con il minutaggio della stagione passata, quando non venne mai sostituito. L’ultimo dato, in particolare, mostra in maniera ancor più visibile quanto De Rossi serva alla Roma: dava esserci. Sempre e comunque.


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DE ROSSI CERCA LA ROMA
Non è più la stessa giugulare. Perché possono esserci mille motivi per spiegare il momento della Roma. Motivi che possono essere opinabili, ma uno di sicuro no. Daniele De Rossi, appunto. Che fine ha fatto il centrocampista a tutto campo per il quale la Roma ha rifiutato offerte da decine di milioni? Cosa sta succedendo a questo ragazzo che in passato si metteva in mezzo al campo e capiva tutto prima degli altri? Dove è finito il trascinatore cuore e giugulare, il capitano del futuro, il giocatore incedibile, parola della dottoressa Sensi? Non sono domande figlie della pessima prestazione di ieri. Fosse così, sarebbero pretestuose, ingiuste e fuori tempo. Sono, al contrario, domande che rappresentano l’inevitabile e naturale conseguenza di un De Rossi che da tempo, troppo tempo, non riesce a giocare come può e sa. E il problema è solo romanista, nel senso che poi quando il biondo va in Nazionale spesso e volentieri lo si vede tornare il centrocampista a cui ci eravamo abituati negli anni scorsi, il giocatore in grado di fare la differenza. Questo De Rossi con la maglia della Roma non si vede da tempo. Sono i suoi occhi, nel dopopartita, a certificarlo in maniera inconfutabile, occhi che dicono come per lui in questo momento sia meglio non parlare, altrimenti sarebbe costretto a raccontare qualche bugia. Dunque, cosa gli sta succedendo? In una città come questa dove la chiacchiera di bocca in bocca trasforma un granello di sabbia in un macigno, c’è chi risponde con pettegolezzi e cattiverie che non vogliamo riportare neppure con la dicitura si dice che De Rossi…Sarebbe perlomeno ingiusto nei confronti di un ragazzo che ci ha sempre messo la faccia, che ha avuto un’etica del lavoro al di sopra di ogni sospetto e che negli ultimi anni è andato avanti a quasi sessanta partite a stagione, giocando sempre e comunque, pure quando non sarebbe stato il caso. Certo, da oltre un anno, vicende famigliari piuttosto dure gli hanno fatto scoprire il lato oscuro della vita e su un ragazzo che ha sempre vissuto con la pelle, questo non poteva che ripercuotersi anche nel suo rendimento in campo. Noi, però, crediamo che il motivo per il quale oggi De Rossi sembra un corpo estraneo, sia da ricercare soprattutto in difficoltà ambientali che il biondo fa fatica a comprendere. La contestazione dei tifosi nei confronti della società, De Rossi la vive in prima persona, così come una realtà che da un paio d’anni a questa parte gli ha fatto toccare con mano che il progetto e il futuro, a meno di colpi di scena, non è che potranno cancellare un presente anonimo e senza prospettive. Ecco, le prospettive sono il pensiero che nella testa di De Rossi è fisso e non trova risposte per il semplice fatto che non ce ne sono. Sente parlare dell’arrivo di nuovi dirigenti, lui, da tifoso, preferirebbe poter parlare di un nuovo compagno a cui dare il benvenuto nello spogliatoio della Roma. Vede le immagini del nuovo, ipotetico, stadio della Roma, bellissimo, ma si domanda pure quale squadra ci arriverà a giocare in quello stadio, sempre se sarà fatto. E’ felice che la società lo abbia dichiarato incedibile, ma sa anche che la stessa cosa era stata detta al suo amico Aquilani e ora Alberto è a Liverpool. Vede Totti andare in campo e fare Totti, gol e magie, ma sa che la carta d’identità del suo capitano è quella che è e gli infortuni sono diventati una scomoda costante. Quale Roma lo aspetta? Cerca una risposta, ma l’unica che trova, lo spaventa.


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Questo articolo è davvero deprimente.......................

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Come può uno scoglio arginare il "Mare di Roma"? Il primo libro su De Rossi, tra Falcao e De André
C'è sempre almeno una bandiera che si alza in Curva Sud e comincia a sventolare pochi attimi dopo che la Roma subisce un gol. La vede chi, in quel momento, guarda lì per prendere coraggio. Sventola anche tra le pagine di un libro: Il Mare di Roma (240 pagine, 18 euro), edito da Limina e scritto da Tonino Cagnucci, da domani si troverà in tutte le librerie. Da leggere soprattutto dopo una sconfitta in casa contro l’ultima in classifica, perché appena girata l’ultima pagina hai la sensazione di avere tra le mani qualcosa che ti fa sentire molto più romanista. Non poteva essere altrimenti, per quello che è il primo libro scritto su Daniele De Rossi. Bandiera, simbolo, giocatore che quando segna «diventa il mare. Sale, s’ingrossa, cresce, tracima, staripa, dilaga, inonda, fuoriesce. Canta tutte le libertà stonate che sono le più belle, percorre ogni girotondo, urla e parte per la rivoluzione lasciando i bambini a casa per il bene del mondo; è la fanfara e la banda prima dell’ora di cena d’estate, la scuola chiusa per la finta bomba, i colori dell’edicola, il ritorno dalla prima vacanza da grande, l’ultimo autogrill prima di casa, Push dei Cure ballata di notte sui ghiacci, una scena notturna di Se mi lasci ti cancello, un valzer suonato dai Sex Pistols, Disorder dei Joy Division... E’ quello che racconta la sua corsa verso i tifosi della Sud. Quando è così il calcio è una bella cosa, è una bella cosa vedere un’emozione».

GLI ESORDI
Se ne vedono continuamente, di emozioni, leggendo il libro che Cagnucci scrive come se fosse un suo lungo editoriale. Le emozioni di De Rossi e quelle di scoprire il percorso che il destino ha pensato per lui. C’è una data, tra le altre: 9 febbraio 1997. «Poche date valgono come quella» scrive Cagnucci. Quel giorno la Roma di Carlos Bianchi, che ha praticamente già venduto Totti alla Sampdoria e preso Litmanen per sostituirlo, gioca un triangolare con Ajax e Borussia Moenchegladbach. L’evento però comincia nel pomeriggio, con una esibizione delle giovanili giallorosse. A 13 anni e mezzo, Daniele De Rossi gioca per la prima volta all’Olimpico, nel giorno in cui Totti si riprende la Roma e la storia. «E’ come se fosse questo il momento in cui la Lupa trova i suoi gemelli: il Lupercale è sdraiato sul fiume Tevere e sotto Monte Mario. Scavate nei tabellini. Eccoli Rimbaud e Verlaine. Lumière e Méliès. Francesco e Daniele. Shingo Tamai e Kamioka go. Mamma e papà. Quella notte, in qualche maniera, i giocatori più romanisti di sempre univano le loro carriere». Contro l’Ajax, contro cui Falcao giocò la sua ultima partita in giallorosso. Falcao che aveva esordito in un Como-Roma, come Daniele De Rossi. Sì, è anche il destino che ha scritto questa storia.

«IO SONO ROMANISTA»
Il destino poteva portar via non solo Totti, ma anche De Rossi. E non solo nell’estate del 2002, nell’operazione Davids. In quella successiva, il Chievo lo aveva chiesto nell’operazione Legrottaglie. Capello disse no. Da quel momento in poi, ogni estate, è lui a dire di no. Al Barcellona, che nel 2007 offriva un contratto in bianco disse testualmente: «No grazie, io sono romanista». A Barcellona, Josep Guardiola, il tecnico campione d’Europa, si ricorda bene di lui: «Il primo ricordo che ho di lui è durante la pretemporada, non faceva che chiedermi del Barcellona, era curioso, voleva sapere tutto del Barça. Da quando sono andato via da Roma non l’ho più rivisto e mi piacerebbe tanto, invece, farlo un giorno non lontano: è diventato tra i giocatori più importanti del calcio». Voleva sapere tutto. La sua passione extra-Roma è il Boca Juniors, se pensa a una squadra diversa dalla Roma dove chiudere la carriera, tra mille anni, s’immagina nel campionato degli Stati Uniti. Una volta, però, ha detto no alla Roma. A 10 anni, «per giocare con i suoi amichetti». All’Ostiamare.

IL GOL DELLA BANDIERA
Lui non l’abbandona mai, la Roma. Per questo a lui bisogna aggrapparsi ora, dopo una sconfitta in casa contro l’ultima in classifica. Per il suo gol a Manchester, sullo 0-6. Il gol della bandiera, se ce n’è uno. «Come a dire: "Io ci sono sempre, io ci sarò fino a quando si tratta di esserci, finché ce n’è e anche se non ce ne sarà più, comunque con questa maglia addosso mi troverete". C’è qualcosa di più poetico che segnare sullo 0-6 a 21 minuti dalla fine? Al confronto i violinisti del Titanic sono speculatori di borsa». E cosa c’è di più grande del mare? Lui viene dal mare, le partite più importanti le ha giocate vicino al mare. Nato a Ostia, comincia con l’Ostiamare, fa il provino per andare alla Roma a Nettuno, esordisce in Primavera a Napoli, segna il suo primo gol a Pescara. Anche a Berlino, si scopre nel libro, c’era il mare. «Il mare per me è tutto. Quando torno da una trasferta, anche di notte, vado in spiaggia a respirarlo».

DISAMISTADE
Ha respirato anche amarezze, Daniele De Rossi. La più grande, fuori dal campo. L’assassinio del suocero, la dedica dopo il gol segnato in Nazionale, le critiche. «Voleva solo portare un fiore. Avrebbe dovuto star zitto, dicono altri: e perché? Che cosa c’è di sbagliato nel portare un fiore?». E per tutti il dolore degli altri è dolore a metà, cantava Fabrizio De Andrè. In questo libro non c’è solo De Rossi, non c’è soloDe Andrè. Ci sono Pasolini, Baudelaire, Shakespeare, i Cure, Goldrake. Perché non è solo un libro, ma un percorso nell’anima. Che alla fine si scopre più romanista di prima.



De Rossi, che ti succede? Il mediano appare l'OMBRA di sè stesso!
Il momento negativo della Roma passa anche per le prestazioni opache di Daniele De Rossi. In assenza di capitan Totti il biondo centrocampista avrebbe dovuto caricarsi sulle spalle la squadra, ma invece è incappato in alcune performance non alla sua altezza.

La Roma di Ranieri ha bisogno come il pane della lucida regia e della baldanza atletica del vicecapitano, ma negli ultimi tempi il vero De Rossi lo si è visto solamente con la maglia della Nazionale, squadra di cui è un intoccabile al pari di Buffon e Cannavaro.

Voci provenienti dalla capitale, come riporta oggi il 'Corriere dello Sport', parlano di un disagio del giocatore a seguito delle complicate vicende societarie. Da acceso tifoso giallorosso qual è soffre in maniera evidenze le contestazioni continue alla dirigenza e nello stesso tempo non vede una pianificazione certa e duratura per il futuro.

Vorrebbe giocare e togliersi soddisfazioni in una squadra capace di competere a grandi livelli, ma per il momento a Roma appare quasi impossibile, sia in Italia che in Europa.

Di sicuro gli ha fatto piacere che Rosella Sensi lo abbia ritenuto a più riprese incedibile, ma le stesse cose si dicevano sul conto di Alberto Aquilani, che adesso veste la maglia del Liverpool... Un calo fisiologico per un giocatore che colleziona quasi 60 presenze a stagione ci può anche stare, ma la Roma, in attesa del rientro di capitan Totti, non può prescindere dal miglior De Rossi, altrimenti riprendere il volo sia in campionato che in Europa League sarà molto dura.


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Vorrei legere questo libro!!! Ma sara difficile di procurarmelo...

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E figurati,nn lo trovo neanche io a Bari...mi fanno veramente incazzare! Ma nn mi arrendo, lo prendo da internet... -_-

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lo prendo da internet...

Buona idea... -_-

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Il mare (rotondo) di De Rossi

E’ dappertutto. A Ostia, quello lo dice pure la geografia. Ma persino a Berlino. E questa è un’altra storia. A Catania, l’unico giorno di pianto, a mezz’ora da uno scudetto che non sarà. Il mare di Roma non è soltanto il titolo dell’innamorata biografia di Daniele De Rossi scritta da Tonino Cagnucci. E’ molto di più. E’ lo specchio del protagonista. Perché De Rossi sale, s’ingrossa, cresce, tracima, straripa, dilaga, inonda, fuoriesce. Ma sa anche, d’improvviso, placarsi perché a Ostia ci sono amici che vanno dai 14 ai 70 anni e perché De Rossi, questo sembra volerci dire Cagnucci, è insieme lo strillare e la tenerezza del pallone. E il mare, da metafora, diventa dolcissimo interlocutore: "Quanto tu tiri un pallone al mare il mare te lo riporta sempre. E’ l’uno-due più grande e intimo che ci sia". E’ lo stesso mare che un giorno, udite udite, bloccò De Rossi, solo per un anno d’accordo, perché a dieci anni l’Ostiamare rinviò lo sbarco a Trigoria. La stessa spiaggia dove ogni tanto Daniele si diletta con il beach volley e ricorda di quando il padre lo immaginava campione di pallavolo più che animale o camion (definizioni spallettiane) su un campo di calcio.

Quella dedica contestata — A tratti, per dire tutta la verità, la narrazione stordisce con la sua collezione di aggettivi e di metafore. Insomma pensi: è troppo. Ma forse è proprio qui che c’è il territorio in cui il biografato incontra il biografo, in un dialogo quasi intimo… E De Rossi fa la spola fra futuro e nostalgia, "inno alle sciarpe di lana senza scritte pacchiane". Mai banale, non solo in campo, ma pure fuori, "specie rarissima di maschio che non sbaglia un congiuntivo". E a proposito di "fuori", dopo la passione per Stoichkov, il divo Voeller, le parole di Liedholm che lo definì Rivera moderno, il libro arriva anche alla tragedia dell’assassinio del suocero dalla fedina penale non pulita, alla dedica di Daniele contestata dai sindacati di polizia, alle sofferenze dell’animo. Un’omissione sarebbe stata sbagliata. Cagnucci non fugge, dunque. E dice chiaro e tondo che quella dedica è stata "un’occasione per pensare o discutere di cose vere senza pisciarsi addosso nel pannolino usato della retorica". Intanto piovono nuove partite e altri mari. E la collezione, anche se il libro è finito, continua.


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